Il sacerdozio comune dei fedeli. Presentazione

Ci sono argomenti teologici di cui oggi a malapena si scrive e di cui ancor meno
si parla a livello pastorale (catechesi e predicazione). Uno di essi è quello
che affrontiamo nel presente fascicolo. Sembra infatti che, dopo il protagonismo
concessogli dal Concilio Vaticano II – in particolare da Lumen gentium, Apostolicam
actuositatem
e Ad gentes – e dai commenti ai documenti nell’immediato
postconcilio, il sacerdozio comune dei fedeli, contrariamente a quanto ci si poteva
aspettare, sia stato ridotto ai nostri giorni ad argomento ormai consumato, senza
apparente interesse e perfino segnalato come oggetto misterioso o poco decifrabile.
Un mancato approfondimento della natura, delle origini, del contenuto e delle
conseguenze del sacerdozio comune, potrebbe in effetti condurre facilmente ad
interpretazioni ristrette e di scarso valore (un presbiterato annacquato, una concessione
ai fedeli laici per dare base e fondamento al loro contributo nei compiti e
nelle mansioni dei pastori, ecc).

Dotata di fondamento biblico e patristico e di carta di cittadinanza nella scolastica,
la dottrina sul sacerdozio comune dei fedeli conobbe un comprensibile
arresto nel Magistero del Concilio di Trento, più preoccupato di difendere il
sacerdozio esterno e visibile dei ministri, di fronte alle tesi luterane al riguardo.
Non vi è pertanto da meravigliarsi che la teologia postridentina abbia conferito al
sacerdozio comune il valore di semplice metafora o di capacità passiva di ricevere i
sacramenti, ascoltare la predicazione ed essere guidati dalla gerarchia. La vita della
Chiesa nel secolo xx, con il risveglio del laicato nelle sue diverse manifestazioni,
e la riflessione teologica in ambito ecclesiologico e liturgico, aprirono nuove
prospettive che confluirono nella ricca dottrina conciliare sul sacerdozio comune.
Consapevoli di questo patrimonio e di quanto sia importante per l’azione
missionaria della Chiesa una giusta comprensione e valorizzazione del sacerdozio
comune dei fedeli, vorremmo suscitare un nuovo interesse per questo soggetto,
tentando di collocarlo nuovamente nella mappa dell’odierno dibattito teologico.

A tal fine, si è data forma al contenuto di questo fascicolo secondo una logica
che la nostra abituale suddivisione dei contributi in studi e note può impedire di
cogliere a colpo d’occhio nel sommario. Non è superfluo pertanto spiegarla qui
brevemente. Ci introduce all’argomento il prof. Pellitero con uno status quaestionis
sulla teologia e sul Magistero postconciliari. L’articolo offre una visione sintetica
che apre lo sguardo sulle diverse questioni insite nel tema del sacerdozio comune e
ad esso collegate. La radice biblica del nostro argomento emerge dai contributi del
prof. Tábet (Rilettura neotestamentaria di alcuni passi dell’Antico Testamento sul
sacerdozio comune dei fedeli
) e del prof. González (Santidad sacerdotal y santidad
de Israel. Dos ideas relacionadas en el libro del Levítico
). Nel periodo patristico, il
sacerdozio comune dei battezzati fu accuratamente approfondito e non mancano
studi e sintesi sulla dottrina dei Padri. Il prof. Mira (Il sacerdozio comune dei
fedeli nei Padri della Chiesa
) ci offre una personale panoramica, avvalendosi
degli studi specialistici. Il tema oggetto di studio ha particolari risonanze in ambito
ecclesiologico – la Chiesa è un popolo sacerdotale con un’attività cultuale
e missionaria – ed è opportuno, pertanto, uno sguardo in questa prospettiva,
anche perché il sacerdozio comune costituisce una delle colonne della rinnovata
visione della Chiesa proposta dall’ultimo Concilio. Di offrire questo sguardo si
occupa il prof. de Salis (Il sacerdozio comune alla luce del mistero della Chiesa:
percorso postconciliare e proposte di futuro
). Un approfondimento sul sacerdozio
comune rimarrebbe incompleto senza il riferimento a colui che nel sec. xvi ha
fatto del nostro argomento il suo stendardo (Pouw: Greatness and Limits of
the Common Priesthood in Luther
). Infine, due contributi mettono a fuoco il
sacerdozio comune nel suo versante pratico e vitale: il prof. Zaccaria evidenzia il
rapporto esistente tra la Missa chrismatis e i sacramenti dell’iniziazione cristiana,
mostrando alcuni elementi significativi per una teologia del sacerdozio comune
(Il sacerdozio comune nella Missa chrismatis. Malinteso o arricchimento?), mentre
la prof.ssa Rossi Espagnet tratta dell’esercizio del sacerdozio comune nella vita
matrimoniale (Il sacerdozio comune degli sposi cristiani).

Ci auguriamo che il nostro intento di ridare vita e dinamismo a una nozione
chiave per comprendere la vocazione cristiana e il ruolo di ogni battezzato nella
missione della Chiesa, incoraggi lo studio e un rinnovato approfondimento del
tema del sacerdozio comune dei fedeli. A livello pastorale, invece, si dovrebbe
trasmettere ai fedeli una nozione di sacerdozio comune che apra orizzonti e aiuti
a essere concreti nella sua attuazione. San Paolo VI ne parlò in questi termini:
«Sacerdozio vuol dire capacità di rendere il culto a Dio, di comunicare con Lui,
di offrirgli degnamente qualcosa in suo onore, di colloquiare con lui, di cercarlo
sempre in una profondità nuova, in una scoperta nuova, in un amore nuovo.
[… Pertanto, i fedeli] devono esercitare questo dialogo, questo colloquio, questa
conversazione con Dio nella religione, nel culto liturgico, nel culto privato, e
[sono chiamati] ad estendere il senso della sacralità anche alle azioni profane»
(Omelia, 29.6.1972). Anche san Josemaría Escrivá si esprimeva in questo senso:
«Noi tutti, con il Battesimo siamo stati costituiti sacerdoti della nostra stessa
esistenza per offrire vittime spirituali, ben accette a Dio per mezzo di Gesù Cristo,
per compiere ciascuna delle nostre azioni in spirito di obbedienza alla volontà di
Dio, perpetuando così la missione dell’Uomo-Dio» (È Gesù che passa, n. 96).

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